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Interessante articolo circa i criteri adottati per finanziare film di "interesse culturale e nazionale".
Al contenuto dell'articolo, riteniamo utile aggiungere che spesso si tratta di prodotti filmati, nella quasi totalità, all'estero. Non sempre per ragioni di ambientazione, ma per scelte produttive ben precise, con gravi ripercussioni per la sopravvivenza del settore audiovisivo italiano.
Da il manifesto - Mariuccia Ciotta
Quanto ci costa il cinepanettone Natale a Beverly Hills è un film di «interesse culturale e nazionale»? Perché no, il cinepanettone trascina in sala una volta l'anno masse di spettatori e rinverdisce la vecchia commedia all'italiana, quella del poveraccio che si specchia nei potenti, l'ammiratore dei ricchi goduriosi, massaggiato ma anche messo alla berlina dalle fantasie esotiche-erotiche di chi si compiace del proprio degrado. Finché si resta nel campo critico va bene farla finita con la cultura bassa e quella alta, e valutare il blockbuster e il film indipendente senza pregiudizi. Ma quando si parla di sovvenzioni pubbliche al cinema il discorso cambia. Le polemiche scoppiate in questi giorni a proposito del film di Neri Parenti classificato «film d'essai» e perciò ammesso ai benefici di legge, cioè ai «crediti d'imposta», ovvero sgravi fiscali, estesi ai multiplex che lo programmano, rappresentano un salutare e tardivo scoppio d'indignazione contro l'idea di cultura espressa da questo governo. Il film che fa cassa, riempie i cinema, si assicura i passaggi in prime-time, omologato agli standard tv, merita l'aiuto pubblico, gli altri sono prodotti «ideologici», pellicole avvelenate dallo spirito post-sessantottino, film da cineclub destinato a pubblici residuali. Con questi parametri, la legge Urbani 2004 mise a punto la sua formula magica per sostenere il cinema italiano, e varò il reference system che elargiva punti a cast e produzioni «ricche». Chi ha più punti vince e accede alla qualifica di «film d'interesse culturale nazionale», chi fa soldi ne avrà ancora. A proposito di comicità sgangherata, l'ex ministro della cultura superò Neri Parenti. Ma, attenzione, il criterio di dare al più ricco non corrisponde a una logica di mercato, al contrario. Ogni industria cinematografica degna di questo nome investe nei nuovi talenti, punta sui successi di domani, alleva e alimenta gli sperimentatori, sia con i soldi pubblici che con quelli privati. Chi non lo fa non ha a cuore il futuro del cinema nazionale, ma riceve ordini da Hollywood. La logica di Urbani e del suo successore Bondi, nascosta dietro il primato del botteghino, è quella della censura preventiva, no ai film problematici, fuori formato mentale e di genere, disturbanti, che scuotono il pubblico dal torpore mediatico, che lo svegliano e lo liberano dall'ipnosi di un mondo dipinto. La cultura non sta solo nei libri, a teatro e al cinema, ma anche nel lessico politico, nell'idea di civiltà, e con questa maggioranza che altro «film d'essai» se non Natale a Beverly Hill? Qualche esempio ricavato dalla recensione stracult di Marco Giusti (ieri su queste pagine), «Doppi sensi pecorecci, calci nelle palle, vecchie ridicolizzate per i loro appetiti sessuali, peti e gettate di cacca in faccia... ». I protagonisti si chiamano: Aliprando Impepoli della Fregna, Mona, de la Fesse, della Fava... Un film da palazzo Chigi. La battaglia contro questa legge ammazza-cinema, sostenuta ieri da Paolo Mereghetti sul Corriere della sera, si iscrive in quella più ampia che riduce il cittadino a cliente, elimina il concetto di bene pubblico, considera il profitto come unico dato di riferimento mentre ciò che fa lievitare il «benessere» nazionale è senza contropartite, la cultura non «serve a niente», non fa staccare biglietti al botteghino. E al di là dei benefici monetari dati a Natale a Beverly Hills e della qualifica di «film d'essai», lo scandalo sta nella sottrazione degli aiuti pubblici al cinema «vivo», che le commissioni di analisi bocciano in anticipo, prima della sua realizzazione e in base alla forza contrattuale dei produttori e ai soggetti, se conformi o no all'ordine stabilito. È il caso, per esempio, di La Prima Linea, che, dopo la campagna terroristica del ministro Bondi, ha rinunciato ai fondi statali. C'è da chiedersi però come si può realizzare un'opera libera, che tocca i punti sensibili della realtà italiana, e non solo - film sull'immigrazione e il '68, su sessualità e satira, su tutto - facendo ricorso a questo sistema pubblico-privato di sovvenzioni, con l'appoggio obbligato di Rai e Mediaset. O il comitato di selezione si divincola dal potere, o sarà inutile cambiare la legge che premia non solo i titoli ritenuti più commerciali ma quelli depurati da ogni intenzione sovversiva. Basta guardare le nostre istituzioni cinematografiche, la miseria delle scuole, il monopolio dei circuiti distributivi per capire che «l'interesse culturale» è peggio di un cinepanettone. Non è cibo per il potere dell'immaginario, ma per l'immaginario del potere. |